Mini-scenario europeo di riferimento al 29 aprile 2020. L’unico strumento di politica monetaria (ed economica) utilizzabile fin dalle prossime settimane è costituito dagli acquisti di attività della BCE che servono per finanziare l’Europa. Prima di giugno, infatti, non arriverà un euro dall’UE o dai Fondi SURE (salva-occupazione) o dalle garanzie della Banca Europea degli Investimenti (BEI). Attesissime, pertanto, le decisioni della BCE in merito ad un ampliamento della consistenza quantitativa e ad un allungamento della scadenza del programma di acquisti PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme).

Le decisioni della BCE del 30 aprile 2020. Le più importanti sono:

  1. di continuare gli acquisti di attività iniziati dalla fine di marzo 2020 nell’ambito del nuovo Programma di acquisto per l’emergenza pandemica (Pandemic Emergency Purchase Programme, PEPP), che ha una dotazione finanziaria complessiva di 750 miliardi. Ciò al fine di contrastare i gravi rischi a cui il meccanismo di trasmissione della politica monetaria e le prospettive per l’area dell’euro sono esposti a causa della pandemia di coronavirus;

(2) che gli acquisti netti continueranno a un ritmo mensile di 20 miliardi di euro fino ad una dotazione temporanea aggiuntiva di 120 miliardi di euro da conseguire entro la fine del 2020;

(3) che il capitale rimborsato sui titoli in scadenza continuerà a essere reinvestito integralmente finché ciò sarà necessario per mantenere condizioni di liquidità favorevoli e un ampio grado di accomodamento monetario;

(4) che i tassi di interesse sulle operazioni di rifinanziamento presso la BCE rimangano invariati. Cioè allo 0% per il rifinanziamento principale, allo 0,25% per il rifinanziamento marginale e a -0,50% per i depositi presso la BCE.

In sostanza: le decisioni prese garantiscono più liquidità in risposta alla pandemia di coronavirus e assicurano i flussi di credito necessari all'economia.

L'articolo: ⇒ Mini-scenario europeo di riferimento al 29 aprile 2020
Segue: ⇒ Mini-scenario di riferimento per la decisione della Corte costituzionale federale tedesca.

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Articolo pubblicato su "Il Friuli" del 24 luglio 2020
ImmagineUbaldo Muzzatti su "Il Friuli" del 24 luglio 2020
Nelle dodici puntate di ‘Noi e gli altri’ abbiamo presentato una serie di articolazioni amministrative per il governo del territorio vigenti – e in divenire – in Europa. Si tratta di un campione significativo, sia per collocazione geografica (dal Mediterraneo alla Scandinavia) sia soprattutto per la storia e la valenza politica di queste nazioni. Si è avuta cura non solo di riportare la situazione in essere, ma anche di traguardare le origini e la direzione intrapresa in ciascuna di queste realtà e, ove possibile, di comprendere le motivazioni che hanno portato a fare le scelte operate. Si è anche cercato di porre in evidenza gli elementi che sono stati ritenuti superati e, quindi, riformati e quelli che, invece, sono stati mantenuti perché ritenuti ancora validi.
Ebbene, cosa evidenziano i dati prospettati e che conclusioni possiamo trarre?
In effetti, seppure sintetici, gli elementi raccolti e presentati sono (o dovrebbero essere) di estremo interesse. Soprattutto per quanti si assumono l’onere di riformare il Sistema delle autonomie locali regionale o nazionale. Visto che tanto il Friuli Venezia Giulia, quanto l’Italia intera non hanno ancora intrapreso una via risolutiva per un problema grave e impellente qual è quello in oggetto. Un sistema di governo del territorio adeguato è una precondizione per lo sviluppo omogeneo e sostenibile dello stesso. Come abbiamo visto, in molti Stati europei sono state fatte riforme importanti, intraprese vie nuove abbandonando schemi secolari ma ormai superati. In sintesi si evidenziano gli elementi, spesso comuni, che emergono dallo studio delle realtà europee.

Città e
territori sono
realtà differenti
che necessitano di
politiche e gestioni
amministrative
differenziate

ENTE IMPRESCINDIBILE. Il Comune viene ovunque confermato ente imprescindibile per il cittadino e il territorio. Le mutate condizioni, però, impongono di intervenire su di esso o per esso.
Due le strade scelte.
La prima, quella già vigente negli Stati federali (Distretti, Circondari) e ora adottata anche dalla Francia (Comunità di Comuni), prevede di supportarne l’azione con un ente intermedio, costituito da un’aggregazione compatta e omogenea. Questa soluzione consente di mantenere anche i municipi più piccoli (i francesi hanno mediamente meno di 2.000 residenti, contro gli oltre 5.000 del Friuli-Venezia Giulia).
La seconda via è quella intrapresa decisamente dalla Danimarca e in parte anche dalla Germania e Svizzera: potenziamento dei Comuni e riduzione del loro numero mediate fusioni. Con quasi 60.000 residenti medi e 440 Kmq di superfice per comune la Danimarca ha costituito degli enti di prossimità in grado di erogare la gran parte dei servizi e di attuare politiche di sviluppo territoriale. 

La Regione sta divenendo l’ente territoriale di primo livello in tutta Europa. Recente, come abbiamo visto, l’introduzione in Danimarca, recentissima la promozione in Francia. Negli stati federali il primo livello è costituito da Land e Cantone.
E tra Comune e Regione? Nulla in Danimarca e in alcuni Cantoni svizzeri. Enti compatti e omogenei negli stati federali (Distretti, Circondari) e in Francia (Intercomunalità). Un ente, che per collocazione e dimensione è simile alle province italiane, sopravvive solo nei quattro Länder più grandi della Germania e in Belgio. 

C’è poi la questione dell’elezione diretta o di secondo livello per l’ente sovracomunale. In effetti sono praticate entrambe le varianti. Sicuramente a elezione diretta sono gli organi dei circondari tedeschi, meno quelli dei distretti austriaci.
I Comprensori altoatesini hanno organi a elezione indiretta da parte dei Comuni. Era così anche per i comprensori della provincia autonoma di Trento ma, con la riforma del 2006, si è passati all’elezione diretta del presidente e dei 3/5 dei consiglieri, con i restanti nominati dai Comuni facenti parte, mentre ai sindaci è riservata solo una funzione consultiva.

IL NODO IDENTITÀ Enti e identità: è impossibile far coincidere l’area di un ente preposto all’erogazione di servizi (efficace, efficiente, sostenibile, imparziale) con l’area di insediamento di una comunità linguistico-culturale omogenea. E non di meno il riconoscimento, la valorizzazione e lo sviluppo delle peculiarità linguistico-culturali sono un diritto costituzionale e universale che le istituzioni – Comune, Ente intermedio, Regione, Stato e UE – devono realizzare (non solo enunciare). L’organizzazione a ‘matrice’ del Belgio, che individua e fa coesistere, entro perimetri differenziati, tre Regioni amministrative e tre Comunità linguistiche, appare la più adeguata a perseguire lo scopo di assicurare a tutti i cittadini servizi equivalenti e a ciascuno – ovunque residente – il riconoscimento e il sostegno della propria storia, lingua e cultura.

Città e territorio sono realtà differenti che necessitano – per l’ottimizzazione di entrambi – di politiche e gestioni amministrative differenziate. Per questo Austria e Germania (che pure ha realizzato anche di recente riforme importanti) mantengono nettamente separati gli enti preposti all’amministrazione dei centri urbani maggiori e di quelli minori sparsi sul territorio. Con la distinzione tra le Comunità territoriali e le Comunità urbane anche la Francia aderisce – in certa misura – a questo modello. Ne consegue il superamento di enti costituiti da una città capoluogo da un territorio extraurbano annesso (Départements francesi e Province italiane). 

SFRUTTARE LE TECNOLOGIE Infine, semplificazione e riduzione dei livelli amministrativi. Gli straordinari mutamenti tecnologici, culturali e organizzativi rendono possibile una semplificazione e una riduzione dei livelli istituzionali e amministrativi. Al contempo la scarsità delle risorse e l’ineludibile sostenibilità le rendono necessarie. Pertanto il punto d’arrivo per tutti è il modello danese: Comune – Regione – Stato – UE. Punto. Quelli che, per vari motivi, non possono realizzare subito questa semplificazione, devono perlomeno intraprenderne la direzione. Avendo cura di istituire articolazioni ed enti che li avviino verso quel traguardo e preparino le comunità a una ineludibile transizione… per il loro stesso bene.

E NOI INVECE ANDIAMO A RITROSO RISPETTO AL CORSO DELLA STORIA
A questo punto sarebbe lecito chiedersi se è mai possibile che qualcuno, in qualche ‘remota regione’, possa pensare di intraprendere delle riforme in antitesi con quanto emerge dalle tendenze che si riscontrano in tutta Europa. Tendenze che mirano esclusivamente a rendere più efficaci, efficienti, sostenibili ed equi i sistemi di governo del territorio. Ebbene, la risposta è sì! E non serve guardare lontano. Si pensi, per esempio, a un residente in una borgata sulle Alpi o Prealpi Carniche. Egli - a legislazione vigente e in fase di attuazione – è un cittadino del suo Comune, della Comunità montana, dell’Ente di decentramento regionale, della Regione, dello Stato italiano e dell’Unione Europea. Ciascuna di queste 6 (sei!) istituzioni dovrebbe assicurargli qualche servizio, prestazione, infrastruttura... E nonostante la ridondanza, l’acqua che un tempo gli forniva il Comune è ora gestita da una società per azioni (a capitale pubblico, s’intende) con sede altrove; le strade che un tempo erano di Comune o Provincia sono gestite da un’altra Spa (sempre pubblica) e probabilmente sarà una Coop sociale ad assicurargli i servizi di base… Per tutto questo - è inevitabile - bisognerà riprendere un dibattito per la riforma delle Autonomie locali in Friuli–Venezia Giulia. Sperando che, finalmente, non si voglia ancora… falâ di bessôi.

— Ubaldo Muzzatti



Articolo apparso su "Il Friuli del 10 luglio 2020
Il Friuli 10 luglio 2020 - Articolo di U. Muzzatti sulla Francia
L'articolazione amministrativa francese è in fase di profonda e sofferta trasformazione per l’applicazione di una serie di riforme approvate in anni recenti. Essendo stata l’ispiratrice di tutti i modelli unitari centralistici (franconapoleonici), vale la pena citare in breve l’ossatura che ha avuto il sistema francese per oltre due secoli: 101 Départements (corrispondenti alle nostre Province) di cui 96 metropolitani e 5 d’oltremare; 342 Arrondissements dipartimentali (enti intermedi, da non confondere con gli Arrondissements municipali delle 3 principali città: Parigi, Marsiglia e Lione) e ben 35.357 Comuni.
Il Département era ed è tuttora la sede del prefetto e l’Arrondissement una sottoprefettura, a riprova della natura centralistica dell’impianto amministrativo d’oltralpe.
Le Régions furono inserite nella Costituzione del 1958. Ne furono istituite, qualche decennio dopo, 27 (di cui 5 d’oltremare) con ruoli e poteri limitati (assai inferiori a quelli delle Regioni ordinarie italiane).

A quel punto la ridondanza e l’intreccio degli enti territoriali fu massima, fonte di inefficienza e, non di rado, di conflittualità, ben descritta dalla definizione: millefeuille territoriale. 

Anche la Francia si sta
lasciando alle spalle un
sistema troppo articolato,
tanto da essere stato
ribattezzato ‘millefoglie
territoriale

La tavola seguente riporta la situazione in essere sino alla “Riforma territoriale del 2014”.

ARTICOLAZIONE AMMINISTRATIVA NUMERO ABITANTI
Comuni 35.357 1.931
Comunità di Comuni 2.583 26.443
Départements 96 711.499
Regioni 18 3.795.000

Il dato che più colpisce della situazione sino alla Riforma territoriale del 2014 è l’elevato numero di Comuni oltre 35mila appunto) con la conseguente ridotta popolazione media in ciascuno di essi (meno di duemila). Non di meno si potrebbe osservare che in Francia il centralismo ha avuto sul territorio extraurbano effetti meno deleteri che in Italia. Due le ragioni oggettive. La prima l’Arrondissement, ovvero l’ente intermedio compatto tra Comune e Departement, che ha svolto un ruolo di bilanciamento e di raccordo tra questi ultimi. L’Arrondissement da noi potrebbe equivalere al Mandamento che, però, cessato con la riforma Rattazzi del 1859, con la quale il territorio fu lasciato alle sole ‘cure’ delle Province. La seconda ragione è costituita dalla legge per l’elezione dei deputati all’Assemblea nazionale francese: 577 deputati eletti in altrettanti collegi uninominali. In questo modo viene assicurata una capillare rappresentanza a tutto il territorio. Cosa che di fatto non avviene in Italia con i macro collegi, in genere su base provinciale, dove prevalgono le istanze e i candidati delle città, ben oltre le proporzioni demografiche.

Divenuta la situazione insostenibile, si è giunti alla Riforma del 2014, che in effetti è il risultato di almeno tre leggi approvate dal 2013 al 2016 e che stanno producendo gradualmente i loro effetti. Con queste riforme, oltre alla riduzione e semplificazione dell’articolazione, la Francia abbandona l’impostazione centralistica e addotta il modello federalistico per la costituzione degli enti sovracomunali, intermedi tra Comune e Regione. Non più Arrondissements (sottoprefetture) che saranno sostituite dalle Intercomunalità o Comunità di Comuni. I Departements (prefetture) cesseranno di essere elettivi e di avere ruoli nel governo del territorio che, invece, passa alle Regioni per l’area vasta (molto vasta dopo la loro riduzione) e ai Comuni (e loro aggregazioni) per l’area di prossimità omogenea. Le Regioni – ridotte a 18 – saranno elettive e avranno competenze e bilanci significativi, prossimi a quelle delle Regioni autonome italiane più che a quelli delle ordinarie. Dopo il primo periodo di sperimentazione sono stati modificati i limiti minimi per costituire una Comunità. Le Comunità urbane (Metropoles) devono avere almeno 400.000 residenti; ne sono state costituite 14. Il limite minimo per le altre Intercomunalità è passato a 20.000 abitanti e ne sono state istituite oltre 2.500 che comprendono il 90% della popolazione francese.

Per contro la Francia ha scelto di mantenere aperti tutti i numerosi municipi e ha istituito le Comunità di Comuni, ente sovracomunale di tipo mutualistico federalistico per l’erogazione di molti servizi e le politiche di sviluppo delle aree omogenee. Il governo dell’area vasta è passato alle Regioni.



Meglio tardi che mai vien da pensare riguardo il recente appello, volto ad aprire un dibattito sul futuro del Friuli, fatto da esponenti del centro-sinistra sulle pagine di questo giornale. Raccogliamo questo importante appello in quanto parte di quella società civile tanto evocata quanto, ahinoi!, inascoltata convinti, però, che il dibattito, per essere utile,  debba partire libero da pregiudizi, da luoghi comuni e da autodifese d’ufficio della politica. Alcuni esempi? Attribuire alla società friulana la non consapevolezza della crisi in atto anziché, in primis, alla stessa classe politica. Per lungo tempo, infatti, né la classe dirigente intesa in senso ampio (non solo la politica), né l’Università di Udine(Friuli) hanno sentito il dovere di far presente ai friulani la pesantissima situazione della nostra terra. Accusare i movimenti autonomisti locali, e non chi ha gestito il potere in Friuli V.G., della mancanza di un’idea complessiva di futuro e di difendere solamente lingua e cultura.  Riproporre una visione udinese-centrica invece del rafforzamento di tutti i territori e delle diverse aree che compongono il Friuli e non solo la ex-provincia di Udine. Continuare a dare troppo ruolo e troppi compiti a una Regione che, nel nuovo millennio, non ha per nulla ben figurato e da madre è diventata matrigna. Edulcorare la realtà e vivacchiare sfruttando ed esaurendo la buona reputazione e la fama meritatamente conquistate con il passaggio dal sottosviluppo al benessere e, successivamente, con la ricostruzione post-terremoto.

Assieme alle immagini di due realizzazioni di Stefano Jus, docente di disegno e colori alla scuola Mosaicisti di Spilimbergo, proponiamo un testo di Antonio "Toni" Pagura, suo amico ed estimatore. Invitiamo i nostri lettori a visitare due realizzazioni collocate all'interno della Loggia pubblica di San Vito al Tagliamento, piazza del Popolo, 38. I lavori saranno visibili fino a tutto luglio

Il coraggio di Davide - Stefano Jus ↕Era la prima settimana di maggio di quest’anno e trovai Stefano in cortile che, tra uno scroscio di pioggia e l’altro, incollava pezzi di tela di sacco su un fondo di tre metri per tre, tagliato secondo linee che sarebbero servite per rendere più agevole il trasporto montando e rimontando il quadro, o forse anche a rendere più drammatica la scena che aveva in testa di rappresentare.
Pioveva tutti i giorni e ogni giorno alla lista dei morti per Covid-19 si aggiungevano episodi straordinari di altruismo, di coraggio, di paura, di rassegnazione, di stupidità; ogni giorno lo scenario rappresentava il meglio e il peggio della condizione umana in “questo” tempo. A marzo e aprile sono passate in televisione le immagini della fila dei camion militari che, a volte sotto la pioggia, portavano ad altre destinazioni i morti di Bergamo. In questo clima Stefano incominciò a raccontare il suo “coraggio di Davide”. Sotto la tettoia del suo laboratorio, contro la parete sud, aiutato da Paolo e Pietro tirò su la sua tela tre per tre… immensa.
Aveva preparato una bozza quadrettata con rappresentata la sua idea di Covid. Incominciò dal cavallo, che ricorda l’affresco del Cinquecento “il trionfo della morte”, con quell’occhio spiritato e la bocca spalancata che par di sentire il fiato potente e mefitico uscire dalle sue froge; la postura di una bestia indomita che cerca di liberarsi di chi la vuol imbrigliare, azzoppare, infilzare. Sotto il cavallo, la paura, la sofferenza, la morte. In “un tempo sospeso”, l’impotenza attonita dell’uomo e della donna in primo piano a mani nude, ricordano immagini possenti del “Pordenone” che Stefano ha frequentato con tanta passione dedicandogli, qualche anno fa, una monografia. L’immagine importante di un vescovo di spalle con una piccola croce nella mano sinistra… Vorremmo tanto che avesse la faccia e l’espressione incupita e severa di papa Francesco che ai “Suoi”, celebrando san Pietro e Paolo, dice: “pregate per chi governa e state zitti”. Il tempo è sospeso quando domina la pandemia; si muore e basta. Non c’è una applicazione che ci salvi; ci si salva se si evita il contagio e quindi “mascherina e distanziamento”.
Omaggio a Pomponio Amalteo - Stefano Jus ↕Ma già nel quadrante sud-ovest l’atmosfera si sta chiarendo. Dal grigio scuro di pioggia del quadrante sud-est al quadrante inferiore di destra con l’immagine della pietà, ma soprattutto nel quadrante superiore la vita si rianima. Il gallo canta, riprendono i mestieri, l’Istituzione piccola e impacciata detta norme. Infine a nord-ovest la vita si ricolora, i bambini si rincorrono e liberano i loro palloncini, suona l’armonica, si formano delle coppie, riprende la vita.
In una settimana di pioggia Stefano ha riempito il suo quadro tre per tre arrampicandosi per dipingere le parti alte su una scala a pioli, con trentasei figure, un cavallo, un cane, giocattoli, il gallo, due anatroccoli… gigantesco.
In aggiunta, per celebrare un affresco di Pomponio Amalteo collocato nel Duomo di San Vito al Tagliamento che l’autore realizzò ex voto per ricordare lo scampato pericolo della peste per tifo a metà Cinquecento, Stefano Jus ha realizzato in tre giorni quel cartone straordinario, in cui si autoritrae al posto dell’Amalteo e sostituisce l’immagine originale di Cosma con l’immagine di suo cugino Massimo del Tedesco morto il 10 aprile. Aveva 59 anni.

Come è difficile capire chi non paga le tasse Pubblicato sul "Messaggero Veneto" dell'8 luglio 2020
Messaggero Veneto 8 luglio 2020 - Articolo di F. Mattioni e R. Muradore

Chi non paga davvero le tasse in Italia?
Meglio ancora, chi le evade davvero?
Nel nostro articolo del 13 giugno sul Messaggero Veneto dal titolo "Contrastare l'evasione fiscale" abbiamo risposto a questa domanda con alcune considerazioni fondate su statistiche ufficiali tratte dal Mef (Ministero dell'Economia e Finanze) dal cui report specifico abbiamo tratto anche una tabella che ci pare cruciale sottoporre all'attenzione dei lettori.
Abbiamo, quindi, utilizzato l'analisi macroeconomica anziché vecchi adagi e luoghi comuni.
Siamo convinti che per perseguire davvero la giustizia e la coesione sociale sia necessario sostenere il Welfare e sia, invece, sbagliato evocare l'evasione fiscale perché questa non rappresenta un' alternativa possibile e consigliabile per gli italiani. Evasione impraticabile (e rifiutata) dal lavoro dipendente pubblico e privato e dai pensionati e praticata, invece, dal lavoro autonomo e all'imprenditoria di piccole dimensioni come i dati ufficiali dimostrano chiaramente.

L'evasione fiscale
fiscale non è
un'alternativa
praticabile per
perseguire la
giustizia e la
coesione sociale 

 Andando alla tabella: la somma dei numeri 3,4,5,6 e 13 della seconda colonna, che riassumono le tipologie di imposta esplicitate nelle prima colonna porta, infatti, ad affermare più che fondatamente che il Mef attribuisce l'85,6% di circa 110 miliardi di euro dell'evasione tributaria e contributiva al lavoro autonomo e d'impresa.
Il tema del fisco è stato ripreso in un articolo dal titolo "Chi paga davvero le tasse in Italia" (Messaggero Veneto del 24 giugno) ad opera di chi aveva già scritto della praticabilità dell'evasione fiscale, sempre in un articolo apparso su questo giornale.
È un tema, dunque, che accende gli interessi delle classi dirigenti di questa regione.
Tuttavia par di capire che la lettura che viene proposta sia rispetto ai fenomeni sia rispetto alle possibili soluzioni per giungere a una chiara identificazione delle aree di evasione e elusione fiscale divergono assai a seconda dei vari interlocutori che ne scrivono.

Proviamo a commentare - dal nostro punto di vista - le idee base di quest'ultimo articolo pubblicato in risposta al nostro precedente?
Esse sono essenzialmente due.
La prima - secondo la nostra valutazione - è di aggirare il tema dell'evasione spostando l'attenzione sul tema di chi paga le tasse, tentando così di cambiare le carte in tavola, e la seconda è una ricetta intimistico/sentimentale per favorire la fedeltà fiscale.

L'evasione fiscale è cosa seria e necessaria partire dai dati ufficiali e cogliere l'evidente realtà che in essi è racchiusa

— Fulvio Mattioni

Sulla prima idea.
Il non pagamento dell'Irpef da parte dei lavoratori dipendenti (e dei pensionati) viene in qualche modo equiparata all'evasione ufficiale registrata dal Mef. Si ricorda, infatti, che una parte dei lavoratori dipendenti e di pensionati non paga l'Irpef ma si omette di specificare che questi non pagano le tasse in quanto il loro reddito li esenta dal farlo poiché sono poveri.
Il fatto, poi, che una altra parte del lavoro dipendente paghi poca Irpef è imputabile allo stesso fenomeno associato al regime di detrazioni in vigore. In Italia, purtroppo, esistono sia la povertà assoluta che relativa!